Uno sguardo indietro
Impressioni
 Anche le montagne mutano negli anni. Esse diventano più piccole e in esse
scopriamo nuove rughe che offrono insospettate possibilità per salire...
... Uno sguardo
indietro, denso di ricordi carissimi, ed un sentito appello in difesa di queste pietre,
che, testimoni di indimenticabili emozioni, hanno accompagnato per lunghi anni la
nostra vita di alpinisti.
C'è stato un periodo in cui parlare di Scuola di Alpinismo, di Sucai o di alpinismo romano era
fondamentalmente la stessa cosa. Eravamo un mondo piccolo, aperto verso l'esterno ma fortemente
caratterizzato all'interno da un senso di appartenenza: le facce che si vedevano la domenica al
Morra o a Leano erano tutte facce conosciute, chi usciva dal corso ambiva ad entrare nella Scuola e
l'attività alpinistica di rilievo era - salvo rarissime eccezioni - quella effettuata dagli istruttori della
medesima. Altro ancora non c'era.
Così è stato, più o meno fin verso la fine degli anni settanta. Poi è cambiato tutto. Eppure sono
contento di avere cominciato a fare dell'alpinismo a Roma prima del cambiamento grande, e di
poter conservare oggi memoria di un Gran Sasso che non c'è più, da collocare accanto agli stimoli
sempre nuovi che continuano a venire dal Gran Sasso che si è formato negli ultimi anni.
I chiodi da roccia costavano cento lire, i moschettoni in duralluminio avevano appena fatto la
loro comparsa e alcuni esemplari erano gelosamente custoditi dai più ricchi, ci si legava
direttamente alla vita con la corda, il mezzo barcaiolo non era stato ancora inventato e l'assicurazione a spalla dominava incontrastata.
L'abbigliamento era rigorosamente canonico, scarponi rigidi e pantaloni di velluto alla zuava, cui
i più raffinati abbinavano una giacchetta corta di velluto a coste che faceva tanto Emilio Comici,
mentre la massa sfoggiava la giacca d'arrampicata Cassin di ordinanza, sobria nel taglio e nel
colore come si addiceva ad un serio alpinismo cittadino.
A Gaeta esistevano solo due vie, il Circeo era del tutto ignorato, e al Morra si saliva a piedi da
Marcellina. L'autostrada per L'Aquila era di là da venire, e la via per il Gran Sasso passava da Rieti
e Antrodoco, stipati in tre dentro una cinquecento debordante di corde e calzettoni,
millecinquecento lire a testa andata e ritorno. A Ortolano c'era ancora l'omino che la domenica
pomeriggio preparava gli spiedini lungo la strada, tappa obbligata del ritorno a casa da Prati di
Tivo.
Ecco, per me il Gran Sasso è stato agli inizi soprattutto questo, la scoperta di un mondo che
ancora aveva qualcosa di diverso che lo caratterizzava, i colori, gli odori e le parole di un Abruzzo
che non conoscevamo e a cui ci si accostava con l'entusiasmo ed il rispetto di chi entrava a
percorrere ed esplorare un universo estraneo, così dissimile dal nostro quotidiano. Poi, sarà solo che
eravamo inesperti e più facili alle emozioni, ma la montagna stessa ci appariva allora diversa, più
grande, più imponente e inavvicinabile.
Ricordo la prima volta: era marzo, con Marco e suo fratello
Sandro ci perdemmo nella nebbia cercando tra la neve, dalla stazione della seggiovia, dei segni che
ci indicassero questo fantomatico Passo delle Scalette (ingenui, cercavano un valico, come il nome
sembrava suggerire). Finimmo a bivaccare all’interno del capannone della seggiovia, e la mattina
dopo, quando eravamo ormai pronti a scendere, le nuvole si aprirono di colpo e ci trovammo di
fronte l’Orientale coperta di neve e inondata di sole. E andammo trionfanti a fare la nostra prima
salita dopo il corso di roccia, nient'altro che la Valeria al Campanile Livia, ma c'erano il sole e la
neve, ed era la nostra affermazione di autonomia, e avevamo scoperto un mondo.
Erano anche tempi più pigri, quando ancora il Franchetti era una casa piacevole dove sostare al
ritorno dalle salite, e dove magari si andava a passare qualche giorno, per arrampicare ma anche
solo così, per stare in montagna e guardarsi attorno con calma. Le salite che si facevano erano
spesso sempre le stesse, magari ripetute più volte, per affezione, in mancanza di meglio o per timore
di affrontare le cose più impegnative intorno a cui si erano costruite leggende spaventose.
Credo che
nessuno vada più, ormai, a ripetere certi itinerari che erano invece le classiche dell'epoca, vie come
la Crepa o il Camino a Nord della vetta. E ripensandoci oggi, sembra incredibile che per tanto
tempo abbiamo potuto essere così ciechi da non vedere le linee ovvie e bellissime che aspettavano
solo di essere salite. Ma questo è il senno di poi; allora ci impediva di vedere ciò che oggi sembra
evidente un complesso di fattori, tra cui c'erano certo anche carenze tecniche e mancanza dello
spirito di competizione che si è sviluppato in seguito, ma soprattutto, credo, l'inibizione dovuta ad
una eredità e una tradizione che in qualche modo ci pesavano addosso favorendo lo stabilirsi, sulle
montagne di casa, di un rassicurante clima di conservatorismo.
Si stava bene, allora, a ripercorrere
cento volte le stesse vie, e a raccontare per la centesima volta le storie sulle vie che nessuno andava
a ripetere, i tabù che prima o poi, sapevamo, qualcuno di noi avrebbe trovato la forza di infrangere.
Chissà perchè, delle vie aperte da Gigi Mario oltre dieci anni prima, solo lo spigolo a destra della
Crepa aveva conosciuto una certa popolarità - nel senso che aveva visto una manciata di ripetizioni.
Le altre erano rimaste lì, ad alimentare leggende: erano. nei discorsi degli alpinisti, un pò come il
bau-bau o il gatto mammone nelle storie dei bambini, servivano a richiamare all'ordine e mettere
paura.
Alcune delle immagini più vivide di quei primi anni settanta al Gran Sasso sono legate per
me ai giorni in cui andammo finalmente "a vedere": i cordini strozzati sui "chiodi a pressione" della
Rosy, Cristiano che imprecava contro me e Marco, persi in accademiche conversazioni alla sosta,
mentre lui reclamava un pò di attenzione salendo la placca sotto lo strapiombo, Rys imperturbabile
nelle sue Superga che lavorava di fino con dadi di varia misura sul temuto primo tiro della via alla
Seconda Spalla, mentre Donatello assicurava battendo i denti e io e Bombepo ce la squagliavamo
astutamente lungo la Aquilotti '72.
Poi il Gran Sasso ha subito una mutazione, un fenomeno imprevedibile e bizzarro. Per un verso, è
diventato più piccolo; in parte come conseguenza di avvenimenti ben identificabili (l'apertura del
traforo, la maggiore frequentazione, l'attrezzatura fissa e crescente sulle vie), ma soprattutto per
effetto di una dimestichezza che continuava a crescere, si sono come accorciate le distanze e
contratti i tempi, quelli reali di percorrenza dei sentieri e degli itinerari di arrampicata e quelli
interiori che noi proiettiamo sulla montagna quando ce la immaginiamo.
Oggi il Gran Sasso ci
sembra meno imponente, più vicino. Eppure, al tempo stesso, si è come dilatato: riusciamo a
vedere, tra le pieghe delle sue rocce, molto più di quanto non si scorgesse venti anni fa. Guardata
più da vicino, la montagna ha rivelato una inaspettata ricchezza che era sfuggita agli sguardi di chi
era rimasto soggiogato dalla sua imponenza. È bastato, certo, andare a mettere le mani un pò fuori
dai sentieri battuti per scoprire che c’era ancora tutto da fare; e questo, di rimbalzo, ha diffuso una
capacità nuova di leggere le caratteristiche della roccia, di interpretarne con più astuzia le
irregolarità, di capirne il linguaggio, e dunque di vedere meglio e più a fondo. Così in un solo
pilastro affacciato sulla Val Maone si continua a scoprire una ricchezza che nessuno aveva saputo
vedere in tutto l'Intermesoli.
Merito in larga parte di una generazione nuova, cresciuta ad un alpinismo forse più disinibito,
certo più evoluto tecnicamente e meno legato da soggezioni verso il passato.
Ma a me piace che
questo rapporto nuovo col Gran Sasso sia diventato parte anche dell'ottica della generazione
precedente, sommandosi alle suggestioni sedimentate da tempi più lunghi in modo che lo sguardo
disincantato dell'oggi non ha distrutto l'incantamento di ieri.
Credo sia importante garantire che le condizioni perchè queste emozioni possano essere
mantenute, arricchite e trasmesse, vengano difese. Sappiamo, ognuno di noi per propria esperienza
diretta, quanta profondità di sensazioni il Gran Sasso ci ha dato e può continuare a darci; sappiamo
anche, ormai, che questa non è una ricchezza che possiamo considerare garantita. Nonostante tutti i
cambiamenti, oggi è possibile, uscendo al tramonto da una via sulla parete del Corno Piccolo,
gettare verso la val Maone lo stesso sguardo che ha segnato le nostre prime salite di venti anni fa.
Chiunque lo ha provato converrà che vale la pena di impegnarsi perchè, di qui a venti anni, sia
ancora possibile guardare lo stesso Gran Sasso.
Gianni Battimelli
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