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   1573 - I^ ascensione al Corno Grande

Sezione Storica
La Cronaca scritta da Francesco
De Marchi dopo la sua prima
ascensione al Corno Grande
(m 2912 slm), avvenuta
il 19 agosto 1573.






Hora descriverò e dissegnerò
un Monte che è detto Corno,
il quale è più alto che sia in Italia,
et è posto nella Provincia d’Abbruzzo.



Questo Monte è situato in una grand’altezza; dalla parte della Cittate dell’Aqquila si monta nove miglia, sempre puoco o molto, per arrivare ad una Collina che è alle raddici di esso Monte, che si dice Campo Priviti [1]. Il quale non [ha] uscita [e] l’Aqque e nievi che in essa cadono fanno un picciol laghetto, et in altri luochi fanno delle concavità circolarie profonde quendici e venti piedi, e chi più e chi manco.
Questa Collina deve girar trè miglia all’intorno, e di queste buche ve ne sono migliaia [2], le quali sumergano pietre di quendeci o venti libre l’una e più.
Qui vi nasce un’Herba sotilissima e spessa, ma non cresce più d’un mezo dito ma è foltissima e ingrassa le pecore assai; e quest’è per il mezzo giorno.
Il detto Monte era trenta du’anni che io desiderava di montarci sopra per levar le dispute dell’altezze di altri Monti.
Così andassimo d’Aggosto l’anno 1573, il signor Cesare Schiafinato milanese, e Diomede dall’Aqquila. Et andammo ad un Castello nominato Sercio [3], potemmo trovar nessuno che mai ci fusse stato, dico alla cima, ancorché questo castello sia il più presso verso l’Aqquila.
Mi fu detto che vi erano certi Chacciatori di Camocce [4] che vi erano stati sopra, e così dimandai à molti di loro e non trovai se non uno, nominato Francesco Di Domenico, il qual’era stato alla cima un’altra volta, e malamente vi voleva più tornare.
Poi pigliassemo du’altri che ne facessino compagnia, nominati Simone Di Giulio e Giovanpietro suo Fratello, li quali tutti non venivano troppo voluntierii ma a preghi e premi vennero.
Così andammo a Cavallo fino a detto Campo Priviti, e qui cominciassimo à considerare per dove noi pottevamo andare alla cima di quest’assprissimo Monte, la qual montata passa veramente trè miglia e un quarto d’altezza, dico i migli di mille passi di cinque piedi l’uno; così missurai con uno strumento che io haveva con mè.
Qui non si vede strada ne sentiere ne scala, ma à giudicio bissogna andare.
Dimodoche cominciassimo à camminare dove io arrivai in una vena di pietra altissima dove io non potteva andar più innanzi se non havesse havute l’ali.
Et così tornai in dietro con grandissimo pericolo e pigliai un’altra strada.
Con la guida fussimo forzati tornare e pigliarn’un’altra, di modo che passammo per sino alla sommità del Monte dove non vedemmo modo da pottervi salire, ma Francesco ch’era la guida diss’ "io voglio andare in ogni modo".
Et io dissi "dove tù anderai veniro anc’io".
Et così cominciassimo à ramppiccarne con mani e piedi su per le pietre, le quali son fragilissime per le nievi e ghiacci che qui stanno tutto l’anno in alcuni luochi, ma ordinariamente nove mesi all’anno per tutto detto Monte.
Caminassimo un mezo miglio e ne fermammo a pigliare altra via perche per questa non pottevamo più salire.
E così pigliammo la strada su la man manca, e ne ramppicassimo per certe vene di sassi, cosa horrenda d’andarvi.
Et questo camino è in modo che l’huomo non si puol dare aiuto l’uno à l’altro perche bissogna stare attacato alla pietra con le mani, massime quando si è appresso alla sommità un terzo di miglio dove la pietra è fragilissima.
Dico se l’huomo cadesse che vi son molti luochi dove verrebbe ducento e più bracci per aria.
Poi trovarebbe punte di sassi e d’ivi potteria cader’altro tanto come fece un Frate l’anno 1572, che cascò et andò in pezzi.
Hora noi arrivammo con grandissima Fattica e ci ponemmo cinq’hore e un quarto a montare su’l detto Monte con tutta la solicitudine che noi pottessimo fare.
Quand’io fuoi sopra la sommità, mirand’all’intorno, pareva che io fussi in aria, perche tutti gli altissimi Monti che gli sono appresso erano molto più bassi di questo.
Così pigliai un Corno e cominciai à sonare, dove si vedde uscire fuori dalle vene di questo monte assai Ucelli, cioè Aquile, Falconi, Sparvieri, Gavinelli, e Corvi.
Quali tutti volavano intorno al sasso, e mostravano quasi maravigliarsi di sentir sonare alla cima di questo monte, il quale si stà alle volte trenta o quarant’anni che non vi monta Persona, dico alla cima, per il pericolo che vi è, e puoco guadagno, perché in esso monte dalla metà in sù non si trova fil d’erba né altra cosa se non nieve come è in certi luochi, e gielo.
La sommità di questo monte è lunga per levante e ponente quindeci passi di cinque piedi l’uno, e per larghezza otto passi, e questa la messurai con la messura ch’io portai, cio è una corda.
Nella cima vi sono trè pietre d’altezza di due braccia e mezzo; l’una dall’altra è lontana due braccia; paiano quasi quadroni di pietra.
Così intagliai il nome mio nel più alto con uno scarpello portato à posta, et il signor Cesere intagliò il suo in un altro, et il simele fece Diomede nel terzo sasso.
Hora io piantai il mio strumento da messurare l’altezza de’ monti che danno disputa qual sia il più alto.
Vi è il Corno Vecchio che è minore; vi è il Monte di S.to Niccola che è minore.
Questi trè monti, cio è il Corno Monte, Corno Vecchio, Monte San Niccola, son sitovati sopra d’un’altr’altissima montagna, et son separati l’uno dall’altro.
Poi messurai il Monte Cefalone, il Monte Pizuito, il Monte Della Bruza, il Monte Zìane.
Questi stanno per ponente à detto Corno, e per levante gli sta San Niccola e l’altissimo Monte Camese.
Questi sono appresso, chi sei, chi otto miglia, e chi diece à Corno Monte.
Hora dico che tutti sono più bassi assai che’l detto Corno Monte per levare tutte le deferenze e dispute che sopra di esse si dicano e fanno.
E perché molti cacciatori vanno à tirare con gli archebusi alle camoccie in detto monte, vanno al piede o montano al quanto sù per il monte.
Tutti quelli che sono stati alla cima dicano che vi è una Fontana in cima.
Dico che non vi è Fontana nessuna, ma che vi è bene un gran vallone tra il Monte di Santo Niccola et il Corno Monte, dove sempre vi è la nieve alta quindeci o venti piedi, e più in alcun luocho dove la nieve e ghiaccio sta perpetuamente.
E quest’è una quantità d’un grosso miglio di lunghezza, e di larghezza più di mezo miglio, della qual sempre puoco o assai se ne disfà, e quell’acqua cala giù per diversi precipitii, li quali fanno poi rarissimi Fonti al piede della montagna, dove sono i tre monti.
Sotto com’ho detto vi è la Fontana della Storra.
Sotto questa vi sono altre sette Fontane copiosissime d’acqua. Poi in un altro luoco detto Le Pratarie vi sorgano altre quattro Fontane, e queste sono per lo sententrione, e per Levante la Fonte della Torre, la quale ha grand’acqua.
Poi la Fonte di San Niccola, e la Fonte di Forcola. Queste Fonti formano Fiumi Reali, com’è il Tronto, Humano, et alcuni altri minori di questi.
I Castelli che sono intorno a questo Corno Monte sono questi: La Pietra Camea verso ponente; Messola per levante; Fano Troiane per lo sententrione; Cerquesto; i Cannini, e Lieveane, pur per lo sententrione; e per lo mezo giorno vi è Sercio e Felete, li quali sono dentro di Otto miglia all’intorno di questa montagna.
Poi per levante e ponente vi è una pianura nominata Campo Radduro [5] nella sommità d’altissimi monti, la quale è lunga dodici miglia, e in alcun luoco larga due miglia, et nel più stretto è un miglio e mezzo, dove son Fonti d’acque buonissime e laghetti fatti dalle dette Fonti.
In tra l’altre vi è la Fonte di S.to Stefano, e quella della massima che ann’acqua assai e bonissima.
In questa pianura vi vengano gran quantità di Bestiame à pascolare, massime pecore.
Dico che passano sessanta o sett’anta mila pecore che qui vengano à pascolare.
Cominciano ad intrare il dì San Giovanni, e vi stanno per tutto luglio, poi bissogna partire per lo gran Freddo che vi fà.
Questa pianura trà altissimi monti fa un bellissimo vedere.
Quando i pastori vi sono con gli animali à pascolare par esser’uno essercito grossissimo à vedere tante capanne e tante tende, massime la sera quando tutte [h]anno acceso i Fuochi; poi a vedere le mora di pecore, capre, cavalle, vacche, e buovi, dico che è cosa rarissima da vedere si come si puol considerare nel dissegno.
Addunque questo monte è veramente il più alto e il più orrido di tutti i monti d’Italia perche sendo alla cima si vede il Mare Adriatico, il Ionico, et il Tirreno, et se non vi fussero tanti monti trà mezzo si vederebbe ancora il Mar Ligustico.
Dico che vi son tali precipitii, che passano cinque miglia dove non possano andar Huomeni, ne Annimali se non Ucelli; dicendo che Chi lassa cadere una pietra giù per una di quelle vene che per piccola ch’ella sia ne muoverà tante de l’altre che faranno Tuono per un’hora che parerà cosa orrenda e spaventosa.
Quando andassimo in cima di questo monte era sereno, et il sole ardentissimo, con tutto questo era freddo, dico grandissimo, in cima, e per segnale havevano un fiaschetto di vino il qual’era gelato sopra et il resto era freddo come un ghiaccio.
Et per lo freddo che havevamo ne metessimo al ridosso di quelle pietre al sole a far colatione, ma puoca, per che Chi vuole andare e tornare bissogna esser sobrio e non haver mancamento di vertiggine nel capo, ne dolori nelle mani ne alli piedi, e haver buona vista e dispositione di vita, altrimenti non le riuscirebbe l’andare, ne manco il tornare che è più pericoloso, avvertendo che non si puol andare se non per tutto il mese di luglio, et per fina a mezo aggosto e non più.
Al montare di questo monte vi sono questi pericoli: si fusse gran vento ti getteria giù; si piovesse un puoco sdruciolaresti giù, et si fusse nebbia non vederesti dove tù andassi, et se vi fusse nieve non vi è ordine andarvi, et si fusse ghiaccio molto peggio.
Di questi pericoli ve ne son quasi tutto l’anno.
Addunque Chi fortificasse in questo monte sarebbe per difenderse il puoco numero contra alli molti.
Dico al pari di qual’altra Fortezza che sia posta in altissimi monti, dicendo che questo Corno Monte non sarebbe inferiore di Fortezza alla innespugnabile Pietra D’Orin che è in su’l Fiume Indo in Assia maggiore.
Quando che fussimo tornati al basso andammo a vedere una Fontana che è due miglia lontano da questo monte, la quale si dice Fonte Gelata, dove stà tutto l’anno il ghiaccio sopra, et così ne tagliammo con la cetta, et era grosso un palmo.
Dico che’l giorno seguente era gelata detta Fontana.
I Pastori che vanno per acqua bissogna che portino sempre la cetta per tagliare il ghiaccio si vogliano acqua.
Questa Fontana è sotto il Monte Pizzuto.
Poi ce ne venissimo ad una calata d’una montagna nominata la Portella, la qual’è proprio una porta fatta da due penne di monti, la quale cala quattro grosse miglia per venir à Sercio.
A questa Portella si vede una cosa, che non trovo in luoco nessuno, dove gl’huomeni calano giù di questa montagna con tanta velocità, che gl’Ucelli non possano volare più forte, e questi sono d’un Castello nominato La Pietra Camea [6] , li quali stanno per sententrione al Corno Monte come di sopra.
Questi vivano di mercantia di panni grossi, li quali son nomati carfagni.
Hora questi l’invernata quando son le nievi alte sei o otto braccia, et in tali luochi più di quindeci, massime nei valloni, hora questi passano alle raddici di detto monte per la valle che fà il Corno e il Monte Cefalone, et arrivano a questa Portella.
Qui gettano i ruotoli del panno giù per un vallone ripidissimo, et quelli panni calano giù sopra la nieve gielata, e vengano trè miglia, et alle volte trè e mezzo, prima che si retenghino.
Paiano sassi che si dirupino giù per quella montagna.
Poi gl’huomeni si pongano a sedere, e si mettano trà le gambe l’uno l’altro bene stretti insieme, et [h]anno un bastone tra le gambe con un ferro al capo, et alli calcagni si pongano certe punte di ferro lunghe un nodo di dito.
Questi si lassano venir giù per quel vallone dove i panni vanno innanzi loro.
Dico che questi calano trè miglia e mezo in un’ottavo d’hora su per la nieve ghiacciata, avvertendo che quanti più huomeni saranno insieme, tanto più velocemente calaranno.
La causa è per il magior peso, ma non vogliano passare il numero di dieci, ne meno che sei à chi vuol venire più seguramente, dicendo che si uno si stacasse da gli altri, non vi è ordine di potter più à rivarsi, ne essi possano aspettare si ben volessero per amor, della gran fuga ch’anno presa sopra la nieve ghiacciata.
Dicendo che si uno si stendesse sopra la nieve non bisogna che pensi più di pottersi assentare per la gran velocità del calare che tiene, e quel porterebbe pericolo de non s’amazzare, perche il capo percuoterebbe sù per la nieve, et così verebbe morto al basso si come se ne è trovati alcuni.
Però si pongano tra le gambe l’uno à l’altro et abbraciati stretti insieme con un braccio, con l’altra mano tengano un’hasta sotto la coscia manca, e quando si vogliano rettenere al quanto dalla grandissima velocità alzano la mano, e la punta del ferro commesso nell’hasta raschia la nieve e ferma alquanto la velocità, et voltano la sola del piede alla nieve, e quelle punte che hanno sott’all’scarpe raschiano et rifermano alquanto la velocità loro.
Et se non havessero quest’hasta e punte di ferro sott’all’scarpe dico che pericolariono, massime quando la nieve è gielata et che sopra vi sia piovuto [e] fa una vetriata sopra la quale fà venir gl’huomeni tanto furiosi al basso che quasi perdono la vista.
Però con quelli strumenti di ferro rittardo[no] alquanto la velocità della calata.
Questi ritornano con fattica di montare in una giornata quello che fanno in un’ottavo d’hora, [7] et portano pericoli di morte rispetto ch’alle volte si staccara un puoco di nieve della Portella, et quella fà un ballone, o un montone, e li coprisse sotto, et ivi muoiano.
L’anno mille cinquecento et sessanta nove, dicc’otto huomeni tornavano sù per la montagna, e così si staccò una palla di nieve et gli affogò tutti.
Son sepulti à Sercio.
L’anno mille cinquecento settant’uno un Padre con due Figliuoli morirono pur al ritorno all’in sù.
Vi era un altro con essi il quale restò sotto la nieve trè giorni vivo, si cavò e visse molt’anni dapoi, ma haveva persi i piedi.
Questo haveva una pellicia et una cappa carfagna et haveva un Zaiino con pane e cascio il quale mangiò là sotto.
E mentr’era cercato trovarono il Padre con i due Figliuoli morti.
Et trovarono questo vivo.
L’anno sett’anta trè tornavano diec’huomeni con quattro donne e quando furono sù in cima passata La Forcella si levò una Tempesta di nieve et vento grandissimo con un freddo grandissimo dove morì un uomo, e una donna restò dietro.
Quella si trovò morta in piedi sotto la nieve.
Questi pericoli bissogna passare Chi vuol’andar’e venire da quel Castello Pietra Camea all’Aquila, dico d’inverno.
Ancora vi è pericoli la state.
L’anno sett’anta trè il giorno dopoi che noi fussimo tornati giù dal Corno, che fu il Dì venti d’Agosto, venne un’acqua con Tempesta e vento tanto grande e furiosa che amazzo dieci cavalli [e] dodeci buovi che pascolavano in detta montagna della Portella.
I guardiani si salvarono in una piccola grotta, e con fattica assai.
Tanto fu grande il vento, che portò via i montoni del grano che erano falciati, dico in modo chè furono persi detti grani, e questo fu al piede della detta montagna della Portella.
Hora vedasi che passi son questi per voler andar alla cima di detto Corno Monte.
Tornando à gl’huomeni della Pietra, se non vogliamo fa questa strada à tornare à casa, bissogna allungarla una giornata di più per mala strada, ma non pericolosa com’è questa.
Del che quasi tutti tornano per la strada lunga per non tornare per il pericoloso Passo della Portella sopra il Castello di Sercio.


NOTE:

1. Campo Priviti: [ Campo Pericoli ]

2. Concavità circolarie profonde quendici e venti piedi: [ Inghiottitoi di doline calcaree di cui sono pieni tutti i pianori attorno alle cime importanti del Gran Sasso ]

3. Sercio: [ L’attuale paese di Assergi, appena sotto il versante sud del Gran Sasso ]

4. Camocce: [ I camosci, che un tempo popolavano, numerosi, tutti i versanti del Gran Sasso ]

5. Campo Radduro: [ Campo Imperatore, il vasto altopiano, conosiuto anche come il "piccolo Tibet" dell’Abruzzo ]

6. Pietra Camea: [ Pietracamela, sotto Prati di Tivo, sul versante nord-ovest del Gran Sasso e sotto il Corno Piccolo ]

7. ... Questi calano trè miglia e mezo in un’ottavo d’hora...: [ I montanari scivolavano per circa 1100 m di dislivello dal Passo della Portella (m 2260) a Fonte Cerreto (m 1120) ]


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